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Il dialetto napoletano

Categoria: Contenuti speciali
Data inserimento: 13 ottobre, 2012
Autore: Lo Guarracino

Un blog dedicato alla canzone napoletana non poteva certo non rendere omaggio a quello che è l’ingrediente principale delle canzoni che celebra: il dialetto napoletano. Del resto, senza un dialetto napoletano non esisterebbe nemmeno una canzone napoletana.

Sincero, verace, allegro, essenziale, che ti arriva diritto al cuore, il dialetto napoletano ha una caratteristica che lo contraddistingue più di ogni altra: la musicalità. Sembra infatti fatto apposta per dare voce alle note musicali, condannato a fare musica, quasi che fosse nato per essere cantato più che parlato. Prendi una canzone, la canti in napoletano ed è già un’altra cosa.

Origini e formazione del dialetto napoletano

Se c’è una città che ha avuto una storia intensa e tumultuosa, questa è Napoli: da sempre un crocevia popoli e di culture, nonché l’oggetto di svariate dominazioni da parte di popolazioni straniere. Tutte queste dinamiche hanno influito enormemente sulla formazione del suo dialetto sedimentando in esso le impronte dei passaggi che nei secoli si sono susseguiti.

A partire dalla prima epoca, quella greca. Com’è noto, Napoli fu fondata dagli antichi greci, nel VI secolo A.C. E quella greca è una matrice che si ritrova ancora oggi in molti termini del vernacolo partenopeo. Pazziare, ad esempio, che in Italiano vuol dire giocare, deriva dal greco “pàizein”. E paccaro, che vuol dire schiaffo, deriva dal greco “pasa cheir”. Profonda è stata poi l’influenza del latino (nel 326 a.C la città diventò una colonia dell’impero Romana), la lingua parlata dai napoletani fino al 1200 circa. Dal termine latino“intras acta”, ad esempio, deriva la parola napoletana ‘ntrasatta (improvviso). Ed è proprio nel XIII secolo che il dialetto napoletano (così come anche gli altri della penisola italica) comincia a prendere forma. Le successive dominazioni hanno poi fatto il resto. Ajére, che in Italiano vuol dire ieri, deriva dallo spagnolo “ayer”. Canzo, che vuol dire tempo (a Napoli diciamo damme ‘o canzo, cioè dammi il tempo), deriva dal francese “chance”. La parola tamarro (zotico), deriva invece dall’arabo “al-tamar” (mercante di datteri). Di origine inglese è poi nippolo (pallina di lana): deriva da “nipple”.

La diffusione del napoletano nel mondo: dalla Campania al Canada

Uno striscione dei tifosi del napoli in trasferta in Germania con la scritta: kitammuortenNelle sue svariate variazioni, il napoletano viene parlato in una buona parte del sud Italia: Campania soprattutto, ma anche Abruzzo, Lazio meridionale, Molise e nelle parti alte della Puglia e della Calabria. Ma quante persone parlano il napoletano? La stima è di una popolazione di circa 11 milioni di persone. Questa cifra, che già colloca il napoletano al posto numero 77 delle lingue più parlate del mondo (prima di idiomi come lo Svedese, il Bulgaro e il Ceco), non tiene però conto degli emigranti sparsi nel mondo: Canada, Stati Uniti, Brasile, Argentina, Belgio, Francia e Portogallo. Molti termini napoletani sono poi divenuti universali, conosciuti in ogni angolo della terra abitato; e questo grazie, soprattutto, alla canzone classica napoletana.

I napoletani ed il loro dialetto: mi metto vergogna!

Capitolo a parte merita ovviamente la città di Napoli; e ancor di più forse la sua provincia. Qui il napoletano è la vera e propria lingua madre. Qui il napoletano viene usata quanto l’Italiano; anzi di più e al posto dell’italiano! Questo accade soprattutto nei rapporti informali, quelli con le persone affettivamente più vicine: la famiglia, la fidanzata, gli amici. Durante un corteggiamento tipico, ad esempio, un giovane napoletano si rivolgerà in italiano alla sua “preda”, ma solo per fare colpo su di lei. Dopo pochi giorni, entrando in confidenza, si lascerà andare e tornerà alla sua lingua madre: il napoletano.

La celebre scena di totò, peppino ed il vigile milaneseIl fatto è che molti napoletani pensano in dialetto e quando parlano in Italiano lo fanno effettuando una sorta di traduzione napoletano/italiano in tempo reale; una cosa che a ben pensarci non è da tutti! A volte, però, i risultati non sono proprio esaltanti. Ad esempio: invece di dire “Ho vergogna”, qualcuno dice (pensando che sia la forma corretta) “Mi metto vergogna”, traducendo letteralmente l’equivalente napoletano che è Me metto scuorno. Analoga è la frase italianizzata “Mi prendo collera”, che è la traduzione di Me piglio collera.

Un altro contesto della vita dove a Napoli il dialetto è d’obbligo è poi quello dello scontro verbale: nessuna lingua al mondo può, nemmeno minimamente, paragonarsi al vernacolo napoletano in fatto di offese ed improperi; vuoi per ricchezza del lessico che per creatività delle metafore usate nelle espressioni.

Lezioni di napoletano: friarielli, urla e gesticolazione

Le regole del napoletano riguardano tutti quegli aspetti che normalmente caratterizzano un qualsivoglia idioma: la pronuncia, l’ortografia, le vocali, le consonanti, sostantivi, articoli, verbi, etc. Sarebbe ovviamente impossibile sviscerarle tutte. Ci vorrebbe un intero corso.
Una regola molto comune e semplice da ricordare è però quella della scomparsa delle vocali alla fine delle parole: molte parole in napoletano si formano infatti eliminando dalla corrispondente parola italiana l’ultima vocale; divertentissima è la scena del ristorante nel famoso film Benvenuti al sud, quella dove Mattia (Alessandro Siani) da lezioni di napoletano al suo capo ufficio Milanese (Claudio Bisio).

 Sasicce e friarielleOvviamente non è sempre così semplice, anzi (così come non è che semplicemente aggiungendo una “s” finale ad una parola italiana si forma l’equivalente spagnola). Molti termini napoletani, infatti, non hanno nemmeno un corrispettivo italiano, essendo esse legate profondamente alla cultura e la storia del posto: come la parola friarielli. I friarielli sono le infiorescenze appena sviluppate della cima di rapa che i napoletani, per necessità, impararono a mangiarle fritte nell’olio. A proposito: oggi a Napoli i friarielli si cucinano soprattutto con la salsiccia di maiale; anzi è quasi un obbligo; provate a chiedere a un napoletano come sono sasicc”e friarielli, vi dirà che è uno piatti più buoni dell’universo.

Ma il napoletano non è solo regole grammaticali e pronuncia, ma piuttosto un linguaggio che va anche vissuto, interpretato, recitato. Innanzitutto, il napoletano non si parla, si urla. E’ strano, lo so, ma noi napoletani abbiamo l’abitudine di alzare la voce quando parliamo (il che può dare anche abbastanza fastidio). Una consuetudine dovuta forse al fatto che per secoli abbiamo vissuto a stretto contatto con una moltitudine di persone.

E poi c’è il gesto. Il gesto nel vernacolo partenopeo diventa un completamento della parola, spesso addirittura indispensabile per esprimere appieno il concetto voluto; secondo uno studio fatto a livello mondiale dell’antropologo inglese Desmond Morris, il popolo napoletano è quello che possiede il repertorio più ricco e complesso di gesti nella comunicazione non verbale.

Proverbi e modi di dire napoletani

Coloriti, allegri, divertenti, irriverenti, ma anche amari, profetici e cinici: sono i i detti, i proverbi e i modi di dire napoletani. Riguardano tutti gli aspetti dell’umano vivere e anche se le metafore riguardano situazioni oramai passate i messaggi sono ancora calzanti e attualissimi. Vere perle di saggezza di un popolo che ha alle spalle una storia millenaria. Consiglio a tutti di comprare un libricino sui proverbi napoletani o semplicemente di leggerne qualcuno su internet. Quello che segue è solo un piccolissimo assaggio.

‘A coppa a Sant’Elmo vo’ piglià o’ purpo a mmare.
Da Sant’Elmo vuole prendere il polipo a mare.
(Si dice di una azione reputata impossibile, assurda. Sant’Elmo è infatti un castello situato sulla collina del Vomero a Napoli).
‘O barbiere te fa bello, ‘o vine te fa guappo e ‘a femmena te fa fesso.
Il barbiere ti fa bello, il vino ti da coraggio e la donna ti irretisce.
‘O purpo se coce dinte all’acqua soja.
Il polipo deve cuoceresi nella sua stessa acqua.
(Sono le stesse conseguenze delle azioni sbagliate la miglior punizione per chi non vuol ascoltar consiglio).
‘Nu pate d”a mangià a ciente figlie! Ciente figlie nun danno a mangià na mamma.
Un padre sfama cento figli, cento figli non sfamano un padre.
‘A gallina fa ll’uòvo e a ‘o vallo ll’abbrùcia ‘o culo.
La gallina fa l’uovo e al gallo gli brucia il sedere.
(Si dice quando si lamenta di una fatica proprio colui che non ha fatto un bel niente)

Ma il napoletano è una lingua o un dialetto ?

Sembra che non ci sia concordanza di opinioni al riguardo. Ad esempio, per l’UNESCO sì: il napoletano è una lingua a tutti gli effetti (almeno quella letteraria standardizzata). Per lo stato italiano, invece, no; e questo nonostante sia seconda solo all’italiano stesso per diffusione tra quelle parlate nella penisola. E nonostante abbia una letteratura propria a firma di prestigiosi autori di riconosciuto livello intellettuale: si pensi ad esempio alle opere di Salvatore di Giacomo, Ferdinando Russo, Raffaele Viviani, Eduardo de Filippo nel campo della poesia e del teatro.

In realtà i linguisti non hanno neppure trovato punto d’incontro su cosa distingua una lingua da un dialetto. Stando all’affermazione del linguista tedesco Max Weinreich  (22/04/1894 – 29 /01/1969) secondo il quale “una lingua altro non è che un dialetto con un esercito ed una marina” la discriminante sarebbe principalmente di tipo politico; cosa che richiamerebbe alla mente gli effetti in termini di poteri nord-sud derivanti dall’unità d’Italia (ma questa è un’altra storia).

Lingua o dialetto, il napoletano è un patrimonio da difendere. L’allarme sul rischio di estinzione di questo splendido idioma è stato lanciato proprio dall’UNESCO. Perché se è vero che il napoletano viene diffusamente parlato ancora oggi è anche vero che esso va sempre più degradandosi e disgregandosi in una molteplicità di variazioni.

Un primo passo nella direzione di un recupero e duna valorizzazione del napoletano è stato fatto nel 2008 dal Consiglio Regionale della Regione Campania che ha approvato un disegno di legge al riguardo: “Tutela e valorizzazione della lingua napoletana”. Ma il cammino è ancora lungo. Del resto una sorte simile pare stia attendendo anche l’italiano stesso.


Mimmo GuarinoCiao! Mi chiamo Mimmo Guarino alias “Lo Guarracino” e sono il creatore di questo blog. Mi sono innamorato della canzone napoletana grazie alla voce del grande Roberto Murolo, a mio avviso il più grande interprete di questa nobile forma d’arte.

45 Responses to “Il dialetto napoletano”

  1. petrarca vincenzo scrive:

    mi compiaccio x il blog che è favoloso se gentilmente è possibile vorrei sapere xchè la zona dove sono nato si chiama il lavinaio GRAZIE

    • Vincenzo scrive:

      Semplicemente perche’ fine secolo scorso…e inizio del 900 era una zona di Napoli dove le donne andavano a lavare i panni..cioe’ la biancheria!!!

  2. Gordon POOLE scrive:

    Gentile Mimmo Guarino,
    pur non essendo napoletano, se non d’ adozione, condivido il Suo interesse per la canzone napoletana e per la lingua (sto lavorando su un lungo saggio su ’O guarracino. Vorrei suggerire una modifica al testo della Sua pagina, ove Lei scrive:
    “Una regola molto comune e semplice da ricordare è però quella della scomparsa delle vocali alla fine delle parole: molte parole in napoletano si formano infatti eliminando dalla corrispondente parola italiana [?] l’ultima vocale; divertentissima è la scena del ristorante nel famoso film Benvenuti al sud, quella dove Mattia (Alessandro Siani) da lezioni di napoletano al suo capo ufficio Milanese (Claudio Bisio)”.
    A mio avviso proprio la scena citata di quel simpaticissimo film dimostra non già la “scomparsa delle vocali a fine parola” ma la loro attenuazione in una vocale indistinta o neutra, il cosiddetto schwa, che il capo ufficio infatti enfatizza con un forte “uh” (qui ci vorrebbe foneticamente un’‘e’ rovesciata). Temo che, dicendo “scomparsa”, si possa dare forza, credo involontariamente, a una mal concepita “riforma” dell’ortografia del napoletano per cui “siente” viene scritto “scient”, ecc. Pensi Lei come si guasterebbe la scansione di un endecasillabo come, per scegliere a caso, “Nun ce lassammo cchiù manca pe n’ora” (ho omesso qualche apostrofo che mi sembra superfluo) se dovessimo rappresentarlo con “Nun ce lassamm cchiù manc pe n’or”!
    Complimenti per la pagina!
    Gordon Poole

  3. Giorn.Aldo Prof.Zolfino scrive:

    Velardiniello è il vate che non deve mai mancar all’attenzione di alcun filoglottologo,dice Giuseppe Zolfino,che è il museco nfra li maste del’500. Teresa D’Amico lo vuole primus cantautore princeps cantastorie veterus posteggiatore magister ambulante e vate campano del sec XVI
    Salvatore Zolfino infine da ricerche ad hoc dice che è autore della trilogia più famosa da allora ad oggi per il monito esemplare all’istituzione regiocane campana: Storia a stanze de’100 ann’arreto-istriuonica Farcza de’li massari e lamiento-licenzuose ambigue erotiche Octave maravigliuose.

    Giorn.Aldo Prof.Zolfino

  4. ANDREA MARINO scrive:

    a Milano c’e’ secondo me un forte razzismo

  5. Pere Llambrich scrive:

    Io sono catalano e non o imparato mai la lingua italiana, ma da lungo tempo o vogliuto conoscere il significato de le canzoni, especialemente in dialetto napoletano. Questo blog stà facendo un bellissimo laboro per tutti quanti come me. Grazie tante, Mimmo.

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