Maggio, si sa, è il mese delle rose e dell’amore, dei baci appassionati e dei matrimoni. Sarà per la dolcezza del clima, per le giornate che si allungano o per il profumo inebriante dei fiori, ma a Maggio c’è in ognuno di noi un rigoglioso risveglio di sensi che sembravano ormai assopiti dai cupi mesi invernali.
Maggio ha saputo ispirare la sensibilità dei poeti e dei musicisti napoletani come nessun’altro mese dell’anno. Questi, complice anche l’eccitante bellezza dei luoghi, hanno composto autentici capolavori. Ascoltando queste canzoni sembra quasi di annusare il profumo della primavera, vederne i colori, sentirne il calore.
Ho provato a fare una selezione ed una piccola recensione di quelle che ritengo le cinque più belle canzoni napoletane dedicate a questo mese. Ovviamente, quando si parla del repertorio della canzone napoletane fare selezioni e classifiche lascia sempre il tempo che trova. Comunque queste sono le cinque canzoni che ho scelto: Era de Maggio, Torna Maggio, Maggio si tu, ‘Na sera ‘e Maggio e ‘O Mese de rose.
Attenzione: non è una classifica! Le canzoni sono elencate in ordine cronologico.
Tutto questo senza contare lo stress che ne deriva. Si, perché quel giorno tutto deve essere perfetto! Senza esagerare, la giornata tipo a casa della sposa napoletana comincia verso le quattro/cinque del mattino, quando arriva l’estetista per il trucco e la messa in piega. Poco più tardi arriva il ragazzo del bar con gli immancabili cornetti caldi ed almeno mezzo litro di caffè. Una vera e propria sfacchinata che si conclude verso le due o tre di notte quando in camera da letto gli sposi si ritrovano a contare i soldi delle “buste”; è in realtà solo grazie a questo meccanismo che è possibile spendere così tanto: in pratica sono gli invitati stessi che pagano tutte le spese.
Scorrendo le varie edizioni vi si trovano canzoni rimaste nella storia, ma anche personaggi, pettegolezzi, polemiche ed eventi che, non meno delle canzoni, hanno contribuito ad alimentarne il mito. Nel 2011 vince Roberto Vecchioni con
E poi c’è la vittoria del grande Domenico Modugno nel 1958 con
Un uomo colto, raffinato e galante, ma che proprio a causa dei suoi modi eccessivamente gentili e cortesi finisce per scatenare le ire di Don Peppino Priore (Luca De Filippo) gelosissimo di sua moglie Rosa (Sophia Loren). Proprio in una di queste sue manifestazioni di stima nei confronti della bella signora Priore, il professor Janniello cita le parole di una vecchia canzone napoletana, canticchiandola anche un po’.
Tra le città italiane fu proprio Napoli quella che subì il numero maggiore di bombardamenti. L’ultimo da parte degli alleati ci fu l’8 settembre del 1943, a pochissime ore dall’annuncio dell’armistizio(il saluto finale alla città). Anche dopo l’armistizio però i napoletani dovettero subire altri bombardamenti, quelli dei tedeschi che nel frattempo avevano fatto della città la loro retroguardia. Alla fine del conflitto, Napoli si ritrovò un cumulo di macerie fumanti.
Durante una festa, la bellissima Dorian Gray, nel ruolo della prima ballerina di avanspettacolo Marisa Florian, annoiata dalle continue avance dei suoi pretendenti, decide di scappare via. Scavalcata la ringhiera del terrazzino, si ritrova a passeggiare su di un tetto. Ad un certo punto sente una voce cantare sulle note di una chitarra. Incuriosita dalla cosa, finisce per raggiunge la camera di Gianni (interpretato da Teddy Reno), un giovane studente fuori sede in medicina con l’hobby per la canzone. I due fanno conoscenza e nell’attesa che il padrone di casa si addormenti, così che lei possa uscire senza essere vista, cominciano velatamente a corteggiarsi cenando con pane e caciotta (regalo di zio Peppino). A questo punto Gianni imbraccia chitarra e le canta una romanticissima canzone napoletana: ‘Na voce ‘na chitarra e ‘o poco ‘e luna.
Molti scrittori, giornalisti e intellettuali hanno scritto sui bassi di Napoli. Nel suo capolavoro Il ventre di Napoli, Matilde Serao ne parla come di “Case in cui si cucina in uno stambugio, si mangia nella stanza da letto e si muore nella medesima stanza dove altri dormono e mangiano; case i cui sottoscala, pure abitati da gente umana, rassomigliano agli antichi, ora aboliti, carceri criminali della Vicaria“. Forse nessuno però come Eduardo De Filippo, nel suo capolavoro Filumena Marturano, ha saputo descrivere questi luoghi. La scena, straordinariamente toccante, è quella in cui l’ex prostituta Filumena decide di dire tutta la verità ai suoi tre figli segreti e racconta loro la sua infanzia vissuta proprio in basso.